La censura al tempo della guerra e la morte del free speech: dal silenzio delle fonti russe nell’UE al veto di Putin sull’attacco all’Ucraina

morte della libera informazione

Il conflitto tra Russia ed Ucraina passa anche per la morte della libera informazione, con i Governi che veicolano e silenziano le informazioni a proprio favore a discapito della libertà d’opinione globale

I due lunghi anni di pandemia nel mondo, hanno messo a dura prova la quotidianità e la serenità di miliardi di persone, costrette a combattere ogni giorno contro un nemico invisibile, senza vederne mai una definitiva via d’uscita. Quando la situazione globale sembrava esser sensibilmente migliorata, il concreto spettro della guerra ha nuovamente scosso l’Europa, con le costanti immagini del tragico e devastante assalto della Russia all’Ucraina come macigni sul cuore. In ogni conflitto, al di là delle motivazioni, i media giocano un ruolo fondamentale, selezionando le informazioni da divulgare ed eventualmente influenzare i fruitori.

Non è un caso che i primi obiettivi sensibili colpiti siano i simboli del potere giornalistico: nella guerra del 1999 la Nato ha colpito e demolito il palazzo RTS a Belgrado, sede della radio e della TV, mai ricostruite e lasciate lì, nel quartiere, come un promemoria sotto forma di rudere per ricordare ciò che è successo e tutte le vite sacrificate. Anche la Russia, nei primi giorni di attacco, ha colpito la torre della tv ucraina di Kiev, con l’idea di dare un segnale forte e fermare il flusso di informazione contro Putin.

A fermare la stessa propaganda russa, ci hanno pensato i magnati europei, che hanno bloccato sin dalle prime ore del conflitto le radici balcaniche delle Big Tech: Apple, YouTube, Google News e Play Store insieme alla famiglia Meta, hanno censurato in maniera istantanea tutti i media russi iniziando da Russia Today e Sputnik. Li hanno seguiti a ruota dopo poco anche Tik Tok e Reddit, silenziando i canali originali di Mosca all’interno della UE.

Sputnik, ad esempio, è un’agenzia di stampa nata nel novembre 2014 che ha sede a Mosca ed ha succursali in tutto il Mondo, Italia compresa ed anche queste ultime sono ovviamente colpite dalla censura di qualsiasi tipo di notizia. Nei primi giorni, l’unico mezzo di divulgazione libero era Telegram, servizio di messaggistica, poi ugualmente bloccato nel flusso verso l’UE.

L’altra faccia della medaglia invece, vede Putin al contrario, impedire a tutti i media russi di riferire notizie sulla guerra all’Ucraina. Molto noto è il caso della giornalista Marina Ovsyannikova, che durante un Tg russo ha sfilato alle spalle della conduttrice con un cartello che spiegava la sua verità sulla guerra, boicottando la propaganda menzognera a favore di Putin. “No alla guerra. Non credete alla propaganda” il suo messaggio disperato, fino a sparire nel nulla nelle ore successive.

Si era pensato al peggio, fino a riapparire poi sui social al fianco del suo avvocato, pronta a difendersi dalle profonde accuse del Governo russo, rischiando fino a 15 anni di carcere, commutati poi in una multa grazie all’intervento fulmineo delle Nazioni Unite. Ha spiegato le sue ragioni, la sua ideologia, derivanti da una famiglia composta da un genitore russo ed uno ucraino. Ha aperto però la mente a tanti telespettatori che in quell’istante di ribellione si sono domandati quale fosse la verità e cosa sia stato realmente omesso, da una parte e dall’altra.

Anche il magnate Elon Musk ha scritto su Twitter il suo pensiero in merito alla censura, promuovendo il concetto assoluto del Free Speech, la tanto amata libertà d’opinione. “Starlink ha ricevuto da vari Governi (non l’Ucraina) di bloccare le fonti d’informazione russe. Mi dispiace ma sono assolutista della libertà d’opinione”, dando al lettore un ruolo centrale nel meccanismo di fruizione della notizia, elaborandola secondo il proprio bagaglio di idee e conoscenze. I maggiori media mondiali, concordando su una linea che condanna l’informazione tossica e mai quella reale e verificata, dando possibilità ad un confronto sano ed ampio da più prospettive.

Il pericolo della censura indiscriminata, è quello di etichette sempre maggiori ed incontrollate, come nel caso del noto scrittore Paolo Nori che si è visto cancellare improvvisamente il suo corso su Dostoevskij all’Università Bicocca di Milano. Per fortuna poi, in poche ore l’ateneo ha mutato la sua decisione con una nota: “Il corso si inserisce all’interno dei percorsi “Between writing”, rivolti a studenti e alla cittadinanza che mirano a sviluppare competenze trasversali attraverso forme di scrittura. L’ateneo conferma che tale corso si terrà nei giorni stabiliti e tratterà i contenuti già concordati con lo scrittore.

Inoltre, la rettrice dell’Ateneo incontrerà Paolo Nori la prossima settimana per un momento di riflessione”. Una piccola vittoria per la cultura dopo una grande sconfitta registrata. La palla quindi, passa definitivamente al fruitore che, ormai nel 2022 inoltrato, sa bene come distinguere e discostarsi dalle fonti faziose e dai media unilaterali: ne va della forza di una Nazione, di un Governo ed anche della sua notizie, non lasciando mai nessuna voce inespressa, o, ancor peggio, inascoltata.

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